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Neonati del Frizzone a Lucca: è polemica sul restauro dei “morticini”

Lucca – Che fine hanno fatto “I Morticini” del Frizzone? Non è un giallo alla Sherlock Holmes ma la domanda che si sono fatti alcuni archeologi in merito allo scavo effettuato anni fa dalla Soprintendenza della Toscana nell’area di Frizzone, a Capannori.

I “morticini” sono in realtà scheletri di neonati rinvenuti durante lo scavo di quella che apparve all’epoca come un’area rituale romana di epoca tardo-repubblicana: durante lo scavo emerse infatti, tra gli altri, un complesso di sepolture cultuali di neonati.

L’ipotesi di Michelangelo Zecchini, archeologo che partecipò a quello scavo, fu che l’area potesse essere stata utilizzata per scopi magico-propiziatori, forse dedicata a Dioniso come testimonierebbe una terracotta architettonica raffigurante il dio su un delfino.

“Ci accorgemmo subito del loro elevato valore scientifico: allineati lungo il lato occidentale di un edificio di pietra, quei piccoli esseri, accoccolati come se stessero nel grembo materno, ci fecero entrare nell’intimo della sfera religiosa e cultuale di circa 2150 anni fa – racconta Zecchini – Riti di fondazione, orrendi sacrifici umani, o creaturine che, decedute per cause naturali, furono offerte al dio? Comunque stessero le cose, i “neonati” del Frizzone avrebbero potuto dare un contributo fondamentale alla conoscenza di un affascinante aspetto del nostro passato”.

Tutti i materiali vennero riposti nel deposito Cavanis di Porcari, per procedere poi alla conservazione e al restauro: a questo proposito la Fondazione Banca del Monte di Lucca avrebbe stanziato circa 90.000 euro. Di questi soldi, secondo Zecchini, la metà sarebbe stata spesa solo per l’allestimento del nuovo Museo di Capannori, invece che per mettere subito in sicurezza le ossa.

“Come mi hanno insegnato i miei grandi maestri, Radmilli, Arias, Peroni, Parenti, dopo lo scavo c’è una precisa priorità nella salvaguardia degli oggetti recuperati: prima la cura di quelli ad alta deperibilità e poi il resto – ha spiegato Zecchini – Se si considera che per il restauro dei “morticini” sarebbero stati necessari pochi spiccioli, davvero è difficile capire perché fra quei 45.000 euro, non ne sia stata trovata una manciata per gli scheletrini”.

D’accordo con Zecchini anche il prof Francesco Mallegni, professore di Antropologia presso l’Università di Pisa, che si dice pronto ad ospitare restauro e studio dei neonati del Frizzone, nei laboratori dell’Ateneo pisano o al Museo di Archeologia e dell’Uomo di Viareggio, di cui è direttore.

Non vuole entrare nella polemica invece Guido Ciampoltrini, responsabile, per la Soprintendenza archeologica della Toscana, della piana lucchese: “Abbiamo impiegato tempo e fatica per allestire il nuovo Museo di Capannori, inaugurato l’8 gennaio: 120 mq con 15 vetrine che contengono un patrimonio incredibile degli scavi effettuati in questa zona e dispiace vedere la notizia messa da parte da questa polemica – spiega Ciampoltrini – Le scelte museali non prevedevano resti antropologici e così è stato”.

Ciampoltrini aggiunge anche come siano numerosi gli interventi in corso su resti umani da parte del laboratorio della Soprintendenza: “ I neonati del Frizzone non sono gli unici resti umani su cui occorre intervenire ed esiste una priorità. In questo momento abbiamo almeno quattro interventi in corso tra cui il sepolcrale della famiglia Guinigi, scoperto nella chiesa di Santa Lucia, o il complesso tombale di Bagni di Lucca. Il restauro dei neonati sarà affidato al nostro laboratorio quando avrà finito di occuparsi anche del sepolcreto longobardo trovato a Lucca nell’88 con decine di corpi”

Ciampoltrini precisa che i 45.000 spesi dovevano servire per l’allestimento del Museo di Capannori, mentre la cifra rimanente sarà utilizzata per restaurare i nuovi pezzi che amplieranno la collezione.

“Sono dell’idea che i corpi, anche se di età passate, dovrebbero rimanere sottoterra e non esposti, a meno che non ci sia una notevole rilevanza antropologica – conclude Ciampoltrini – a questo proposito le anticipo che a marzo verrà inaugurata una mostra, in collaborazione con il Museo della Cattedrale di Lucca, dedicata ai segni della devozione nella sepoltura funeraria, su scavi del 600 e 700 d.c.”

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Posted by on 12 Gennaio 2011. Filed under Cultura. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 Responses to Neonati del Frizzone a Lucca: è polemica sul restauro dei “morticini”

  1. gianfranco

    12 Gennaio 2011 at 19:15

    Siamo all’ennesimo scandalo ! Non riesco a capire come mai
    in Italia…e solo in Italia, si badi bene, si spendano malissimo
    le poche risorse a disposizione per ricerche furovianti, sbagliate,
    solo ipotetiche ed inutili (vedi falsa strada etrusca che invece
    era un paleo-alveo di fiume)…quando invece si potrebbero spendere
    per salvare ritrovamenti di enorme importanza paelontologica ed
    archeologica quali i “morticini” di Mallegni e zecchini. Abbiamo
    cose bellissime ma…non le salviamo e per quale ragione? per
    andare a cercare chissà quali aeche perdute ! Sarà un problema di
    scelte oppure un problema di compentenze e relative professionalità
    ? Lascio a Voi, amici, la deduzione. Comunque, permettetemi: adesso
    basta!

  2. francesco mallegni

    13 Gennaio 2011 at 12:45

    Leggo con stupore, costernazione e un notevole fastidio le dichiarazioni alla stampa del dott. Giulio Ciampoltrini sui resti umani da scavi archeologici. A mio avviso antropologi e studiosi non possono non ribellarsi ad affermazioni di questo tipo “Sono dell’idea che i corpi, anche se di età passate, dovrebbero rimanere sottoterra e non esposti, a meno che non ci sia una notevole rilevanza antropologica …a questo proposito anticipo che a marzo verrà inaugurata una mostra, in collaborazione con il Museo della Cattedrale di Lucca, dedicata ai segni della devozione nella sepoltura funeraria, su scavi del 600 e 700 d.C.” (ipse dixit). Sembra, dunque, che si debba evitare di scavare i resti umani per una sorta di pietas, ecc. ecc. (frase che Egli non è insolito pronunciare), mentre i loro corredi vanno scavati, eccome! E poi chi è, forse l’ispettore archeologo, che decide quando si possono prelevare i reperti ossei umani dalla tomba? Inoltre, dato che Egli afferma testualmente “a meno che non ci sia una notevole rilevanza antropologica”, cosa si deve ritrovare, un pitecantropo? Da parte mia già fatto con l’Homo Cepranensis, antico di 800-900.000 anni fa, il primo uomo, per ora, arrivato dall’Africa in Europa, rinvenuto ormai una quindicina di anni fa a Ceprano e pubblicato, vivaddio, non su uno “strillozzo” ma su rivista internazionale. Spero che il dott. Ciampoltrini, e chi la pensa come lui, possa capire che tutti i reperti umani antichi sono degni di attenzione, perché, come archivi biologici, raccontano, a chi sa interpretarli, la storia di una vita, e molti scheletri raccontano la storia di una popolazione. E spero sinceramente di aver male interpretato le dichiarazioni pubbliche del dott. Ciampoltrini perché con un simile modo di pensare, e di procedere, ci sarebbe da ridisegnare l’intera metodologia della ricerca archeologica. Però c’è un fatto, documentato e documentabile, che non posso sottacere e che dimostra che il dott. Ciampoltrini da tempo non apprezza (o apprezza assai poco) l’antropologia. Voglio raccontarlo in breve.
    Alcuni anni fa ci fu, proprio a Lucca, un convegno sullo stato della ricerca archeologica e antropologica nel territorio. Presiedeva la sessione il prof. Renato Peroni, ordinario di Protostoria europea all’Università di Roma. Un collaboratore di Ciampoltrini mostrò le immagini di uno scavo, diretto dallo stesso Ciampoltrini, effettuato su sepolture di epoca romana in cui ci si era presi cura dei corredi lasciando i resti umani a deteriorarsi in fondo alle fosse. Gli contestai la metodologia d’intervento e ricevetti una risposta stizzita secondo la quale i resti scheletrici nell’ambito di uno scavo contano poco o nulla. Non ebbi esitazioni: replicai che si trattava di una posizione degna di un preilluminista. Il compianto Prof. Peroni, dal canto suo, si alzò di scatto, osservò con una certa veemenza che le affermazioni di Ciampoltrini vanificavano i principi basilari impartiti per 40 anni ai suoi allievi (alcuni dei quali oggi occupano posti di primo piano nelle Università e nelle Soprintendenze) e abbandonò sdegnato la presidenza del convegno. Solo la stima e l’amicizia mia e del Prof. Peroni verso il prof. Zecchini, coordinatore del convegno, resero possibili il ritorno alla ‘normalità’e la ripresa delle relazioni congressuali.
    Se persiste una mentalità del genere (intendo dire di certi archeologi) i poveri scheletrini del Frizzone, sono sicuro, andranno incontro a una seconda morte: la loro immaturità ossea avrebbe consigliato un restauro repentino, dato anche l’ottimo e meticoloso scavo che ne aveva fatto il Prof. Zecchini, e non l’abbandono in un deposito esposto alle variazioni climatiche più deleterie. Se mi sono offerto di prendermene cura, subito e gratis, non è certo per una qualsiasi forma di interesse personale, ma perché ‘debbono’ essere salvati. Non è un problema di soldi e di tecniche: i primi non occorrono, le seconde credo che siano acclarate. Se il dott. Ciampoltrini avesse qualche dubbio sulle mie qualità scientifiche e professionali, ecco in sintesi i miei titoli: 44 anni di carriera universitaria fino alla titolarità della cattedra di Antropologia; 360 pubblicazioni su riviste specializzatissime, anche straniere, con tanto di ‘referee’ e ‘impact factor’; sei manuali per studenti universitari sulla disciplina antropologica, che mi onoro di aver professato e che credo di aver onorato.
    Concludo con una osservazione connotata da un forte grado di ovvietà ma che, evidentemente, per certuni ovvia non è: i reperti umani sono a tutti gli effetti, anche giuridici (D. Lgs. 42/2004) ‘beni culturali’ ancorché del tipo biologico. L’archeologia non è fatta solo di cocci, i quali almeno un tempo, mi si insegna, venivano utilizzati per pavimenti detti in “cocciopesto”; a meno che (ogni tanto mi piace scherzare) non si voglia trasformarla in una scienza esclusiva da chiamare ‘Cocciologia’. Ritornando serio, dico con forza che noi tutti abbiamo il dovere civico, scientifico, intellettuale e morale di preservare anche il patrimonio antropologico (compresi i morticini del Frizzone) per le future generazioni, ma con i fatti e non con le dichiarazioni d’intento.

    Francesco Mallegni
    Professore Ordinario di Antropologia, Università di Pisa

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