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Saharawi: la fierezza di un popolo in esilio

Firenze – Lottano da ben 35 anni per riavere la loro terra. Lottano cercando di far sentire la loro voce, attraverso messaggi di speranza e di pace.

Sono i circa 300mila Saharawi che dal 1975 vivono nei campi profughi di Tindouf nel deserto algerino. “Ospiti”, dopo che il Marocco entrò con un esercito di 25mila uomini nella zona contigua ai suoi confini con il Sahara Occidentale, mentre la Spagna cominciò lo sgombero delle aree sotto il proprio controllo.

Il 6 novembre 1975 re Hassan II fa organizzare la “Marcia Verde“: 350mila marocchini entrarono nel Sahara Occidentale per vanificare l’eventuale referendum e per porre le basi di una definitiva appropriazione dei territori sahariani occidentali. La Spagna giunge segretamente ad un accordo con Marocco e Mauritania pronti a dividersi il territorio e le ingenti risorse naturali. A tentare di contrastarli solo il Fronte Polisario, l’esercito Saharawi.

Una parte della popolazione civile, per sfuggire al genocidio, si rifugia nel deserto sud-ovest algerino e nel 1976 viene proclamata la RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica) che sarà poi riconosciuta da 74 Paesi. Nel 1979 il nuovo governo della Mauritania ratifica un accordo di pace con il Fronte Polisario e il Marocco, a quel punto, intensifica il proprio sforzo bellico invadendo anche la parte meridionale del Sahara Occidentale.

Inizia così la costruzione di un muro di ben 2.720 chilometri completamente circondato da bunker, fossati e campi minati a difesa del territorio occupato.

Nel ‘91, con il conseguimento di un cessate il fuoco, l’ONU invia nel Sahara occidentale una Missione delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale (MINURSO) col compito di vigilare sulla tregua ed organizzare il previsto, ma mai tenuto referendum che continua ad essere ancora oggi una mera speranza.

Intanto il Popolo Saharawi vive in un ambiente ostile, dando prova di grande unità. I rifugiati vivono in 40 distinte tendopoli, ciascuna delle quali assume ai fini amministrativi il nome e le funzioni di un distretto regionale (Wilaya): El Ayoun, Smara, Dakhla, Ausserd. Ogni wilaya è divisa in 6 o 7 “province”, anch’esse con il nome di una provincia saharawi (daira). In questo modo, attraverso l’organizzazione spaziale dei campi, si ricrea l’identificazione ed il legame con la patria di origine.

Le donne, a cui è affidata la quasi totalità dell’amministrazione della vita sociale, lavorano nelle scuole e nelle strutture dove molte di loro hanno imparato a tessere, ad allevare i pochi animali che riescono a vivere in quel territorio, e i loro prodotti, pur non essendo sufficienti per l’intera popolazione, costituiscono un apporto fondamentale.

Ma è attraverso gli occhi dei bambini che si capisce la fierezza di questo popolo. Piccoli che hanno pochissimo, quasi niente, ma che sono disposti a dividerlo, a donarti un sorriso, a trascorrere le lunghe ore tra canti e balli tradizionali insieme alle loro madri.

Sia le scuole che gli ospedali, con grande stupore viste gli scarsi mezzi a loro disposizione, garantiscono un livello di servizi più che dignitoso e tutti i giovani sono scolarizzati sia a livello elementare che medio.

Gran parte dei mezzi materiali provengono dalla solidarietà internazionale. E in questo senso la Toscana è una delle regioni più attive: ogni anno partono dalla nostra regione numerose comitive di aiuti da parte di istituzioni ed associazioni e d’estate gruppi di bambini Saharawi vengono ospitati in Toscana per trascorrere qualche giorno di vacanza.

E’ di ieri inoltre la notizia che la Provincia di Firenze ha deciso di coinvolgere anche la Germania e la Repubblica Ceca per aiutare i Saharawi attraverso la firma di un protocollo d’intesa a sostegno dei profughi.

Un altro tassello per un popolo di cui ancora troppo poco si parla, un popolo che vuole solo un posto dove vivere.

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Posted by on 22 Maggio 2010. Filed under Cronaca,In primo piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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