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Moby Prince: dopo 19 anni Livorno non dimentica i 140 morti

Livorno – Rada del porto di Livorno, 10 aprile 1991, ore 22.25: dal traghetto passeggeri Moby Prince parte il “mayday” dopo l’impatto con la petroliera Agip Abruzzo. La nave passeggeri viene individuata intorno alle 23.35: unico sopravvissuto il mozzo diciottenne Alessio Bertrand. Alle 13 dell’11 aprile il Moby Prince fa il suo ingresso nel porto di Livorno, e viene ormeggiato presso la darsena Petroli. Le vittime sono 140: donne, uomini e bambini in viaggio per Olbia, e tutto il personale in servizio sul Moby.

Sono questi i pochi fatti certi sul caso del Moby Prince, il più grave incidente della marina civile italiana dal dopoguerra ad oggi. Dopo diciannove anni infatti la ricostruzione dell’evento che ha coinvolto il traghetto della Navarma presenta ancora molti lati oscuri e i due procedimenti penali, conclusisi nel 1997, senza che venisse individuato alcun colpevole, lasciano molti punti interrogativi.

Nel 2006 la Procura di Livorno ha riaperto le indagini sul caso Moby Prince grazie ad un’istanza presentato dall’associazione “10 Aprile”, presieduta dai figli del Comandante del Moby Prince, Angelo Chessa. Nel documento venivano elencati i principali punti oscuri nella ricostruzione delle indagini e del processo: un elenco lungo e dettagliato che rimette insieme anni di indagini personali e di inchieste giornalistiche, come quella contenuta nel libro di Enrico Fedrighini, “Moby Prince-Un caso ancora aperto”.

Il pm Antonio Giaconi ha ripreso in mano le carte processuali per tentare di ricostruire la vicenda e rispondere ai numerosi interrogativi: perchè fu seguita la pista delle nebbia, come causa dell’incidente quando numerosi testimoni ne negarono la presenza? Perchè non sono mai stati chiesti i tracciati radar e le immagini satellitari della base statunitense di Camp Darby; perchè il Moby aveva avuto problemi di comunicazione con il porto di Livorno poco prima dello scontro? Dove si trovava esattamente il Moby Prince al momento dell’impatto con l’Agip Abruzzo? Che fine ha fatto la “bettolina” presente in alcuni registrazioni radio? Perchè si pensò prima a salvare l’Agip Abruzzo e, solo con enorme ritardo, si cominciò a cercare il Moby Prince?

In attesa di conoscere la conclusione della nuova inchiesta, i familiari delle 140 vittime chiedono che la tragedia non venga dimenticata. “Noi, parenti delle vittime del Moby Prince, non vogliamo vendette o ergastoli, ma chiediamo con forza, come facciamo da anni, giustizia e verità” ha dichiarato Loris Rispoli parente di Liana Rispoli, una delle vittime, e presidente dell’Associazione “Moby 140, che ha sede a Livorno. La città labronica, come ogni anno, ha ricordato oggi la tragedia: nel pomeriggio si è svolto il corteo dei familiari che dal Comune di Livorno è arrivato  fino all’Andana degli Anelli, scortato anche dal Gonfalone della Regione Toscana: qui, sotto la lapide dedicata alle vittime, è stato deposto un cuscino di rose, inviato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La cerimonia si è conclusa con il lancio di rose in mare.

Ma per fare in modo che il ricordo del Moby Prince non sia solo legato alla ricorrenza di un giorno all’anno, Rispoli ha pensato di utilizzare anche il mondo di internet: è nata così su facebook una pagina dedicata alla strage e amministrata dai parenti delle vittime: Quelli che vogliono la verità sul Moby Prince ha già raccolto in poche settimane oltre 10.500 adesioni. Sul profilo facebook sono presenti anche foto e materiale relativo a questi diciannove anni di storia.

Proprio nell’ambito della pubblicazione su internet dei documenti è maturata la denuncia, presentata da Rispoli, nei giorni scorsi, per la scomparsa di alcune scatole contenenti i faldoni dei due gradi del processo principale e dei tre gradi di processo contro Ciro Di Lauro e Pasquale D’orsi per la manomissione della barra del timone del Moby: le scatole erano state riposte nei locali della Biblioteca comunale di Livorno, insieme a tutto il materiale dell’associazione, in attesa che il Comune assegnasse una nuova sede, ma di esse si è perso ogni traccia.

(Foto tratte dal profilo facebook “Quelli che vogliono la verità sul Moby Price”)

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Posted by on 10 Aprile 2010. Filed under Cronaca,In primo piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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